Altre recensioni

 

INDIE FOR BUNNIES – 5 ottobre 2011

Dall’incunabolo della provincia italica giunge uno dei più affascinanti progetti di questo 2011. Registrato lo scorso dicembre nel teatro comunale di Russi, ”Shrine On You ” è una vera scossa al cuore.

L’idea è semplice, ma immensa: riprendere i successi del maestro nigeriano Fela Kuti e rielaborarli in chiave classica.
Marco Zanotti, percussionista e batterista illuminato, dirige un’orchestra di 11 elementi ripescando con tecnica e grazia nel polmone vivido della musica afrobeat. L’ensemble, costituito da musicisti di estrazione prevalentemente classica e contemporanea, attacca alla radice il modello originario avviluppando strumentazioni da camera alle schegge ancestrali del funk e del jazz nord-americano.
L’incontro è miracoloso, reale fusione di ‘black groove’ e musica colta di scuola europea.

Fu lo stesso Fela Kuti a definire l’afrobeat ‘musica classica africana’ per cui non ci si stupisca se il verbo è stato preso alla lettera. Un lavoro di perizia e devozione, tra estro interpretativo ed aderenza ad un principio filologico ben netto, l’Orchestra alterna fedeltà ritmica a momenti di pura improvvisazione jazz ed ariose soluzioni barocche. Così ritroviamo il riff di ”No Agreement” nella devianza del clavicembalo, clarinetti vibranti come colibrì (“Sensherma“) ed eleganti orchestrazioni terra-aria (“Trouble Sleep Yanga Wake Am“).

Ad ulteriore riprova della qualità del progetto la presenza dell’ex Africa 70 Kologbo (chitarra e percussioni in “Water Get No Enemy” e voce in “Mr. Follow Follow”) e del figlio Seun Kuti (“Zombie”), che conferiscono quel tocco di autenticità e nostalgia tale da schiudere definitivamente il prodigio. Grandissimo Fela, e grandissima Orchestra.
Made in italy da esportazione.

Simona Vallorani

 

 

STORIA DELLA MUSICA – ottobre 2011

Siccome tra non molto la vita sul Pianeta Terra cesserà (perchè mica penserete di poter campare senza lavoro, senza soldi, senza assistenza sanitaria, senza acqua, senza ossigeno e senza dignità?…), tanto vale farsi un po’ di nemici nuovi rispolverando la sana e vecchia sincerità. A meno che non sia coinvolto uno tra Ennio Morricone, Gil Evans e Charlie Haden, quando leggo le parole “orchestra”, “rilettura per orchestra” o “collaborazione con orchestra” mi vengono i brividi. Nella mia mente si aprono scenari apocalittici: i Metallica – sempre loro – che suonano “Enter sandman” con l’orchestra di Michael Kamen, i quartetti d’archi che eseguono cover pop sostituendo la voce con il flauto, i Deep Purple al “Pavarotti & friends, o magari un abominio del genere. Se poi la parola “orchestra” salta fuori in territorio italico, addio: l’Orchestra Casadei, Renzo Arbore, il maestro Mazza. E quel che è peggio è che quando si parla di orchestra, in Italia si pensa subito alla musica classica. Ah, l’orchestra classica. L’inattaccabile, invincibile, sempiterna orchestra classica. Non ho mai sentito qualcuno dire “Quell’orchestra classica è un po’ scarsina”. Mai. Son tutte formidabili, ‘ste orchestre classiche. Tutti seduti, precisi, composti, perfetti. E poi suonano musica classica, che ne capisci tu, che ascolti i Black Sabbath? L’hanno mai fatto un concerto con l’orchestra classica, i Black Sabbath? La pregiudiziale (e snobistica) accusa di snobismo scaturisce dal nome scelto da questi ragazzi: Classica Orchestra Afrobeat. Appena un anno dopo aver esultato per il sorprendente afrobeat canadese, ecco che “the italian way of Afrobeat”  fa presagire tempi afro sotterrati da quintali di archi pomposi, etnicismi caraibici arrangiati per pianoforte e melassa, e tutta quella serie di cliché che da buon indie-snob riesci ad immaginare.

Bene, adesso fate un bel falò di tutti questi sciocchi pregiudizi semantici (non dimenticate che scrivete e leggete di musica su un sito che si chiama Storia della Musica) e godetevi questi otto appassionati omaggi alla figura di Fela Kuti registrati al teatro comunale di Russi (RA) da un’ ottima orchestra tutta italiana diretta dal batterista Marco Zanotti. Il compito è arduo: si tratta non solo di conciliare i ritmi Afrobeat del Presidente Nero con l’eleganza e la (presunta) “aulicità” della strumentazione classica (violino, flauto, clarinetto… ma compaiono anche un clavicembalo ed una viola da gamba), ma anche di riadattare il congenito perfezionismo degli orchestrali alle forme aperte e libere della musica africana, derogando ad alcuni “istinti” in favore del rispetto delle partiture originali.

No Agreement” rompe il ghiaccio in punta di piedi, stemperando la fisicità dell’originale Kutiano in una struttura melodica ricamata da oboe e violini. A seguire, “Mr Follow Follow” ristabilisce i ponti con l’Africa grazie ad una resa finale molto affine all’originale ed all’intervento vocale di Kologbo (chitarrista ma anche assistente personale di Fela lungo tutti gli anni’70) in grado di rendere alla perfezione uno dei migliori “call & response” della storia della musica africana. Kologbo interviene anche (alle congas) nella successiva “Shenshema”, ma dà il meglio di se nella finale “Water No Get Enemy”, quando inserisce la sua chitarra nelle trame della splendida rilettura dell’Orchestra, intessuta di fiati, violini che riproducono le frasi originali del sax e un insospettabile clavicembalo. Il vero e proprio climax di questo “Shrine and You” lo troviamo però laddove gli originali non consentono margini di errore: “Go Slow” sembra scritta per orchestra, dimostrando che le qualità compositive di Fela Kuti non erano inferiori al suo carisma personale. L’Orchestra la esegue aggiungendo un tono drammatico ed alcune improvvisazioni davvero sorprendenti. “Trouble Sleep Yanga Wake Am” riesce a conservare tutta la sua forza nonostante l’azzardo di sostituire le parti vocali con il suono dell’ocarina suonata da Elide Melchioni, mentre per il classico “Zombie” le parti vocali sono state registrate a Laos dall’unico al mondo in grado di rendere giustizia all’originale: Seun Kuti.

Un tributo inaspettato, originale, sentito e ottimamente eseguito. Se passano dalle vostre parti, lasciate a casa i pregiudizi e correte a comprare il biglietto.

Fabio Codias

 

 

AUDIO REVIEW di luglio/agosto 2011

Magari per una volta è bene cominciare dal DVD, di cui spesso invece alle prese con questi doppi anomali abbastanza comuni da qualche anno ci si dimentica che esista, o al limite si finisce per guardarlo mesi dopo. Prendetevi invece quel poco tempo che ci va (si e no venticinque minuti) e godetevelo questo piccolo “making of” di “Shrine on You”. Ve lo racconterà meglio di quanto non potrebbe mai fare una recensione. E prima ancora di mettere su il CD potrete cogliere, dalla serietà costantemente unita ad una stupenda leggerezza con la quale i musicisti si sono applicati a un progetto sulla carta a dir poco arrischiato, come l’operazione sia pienamente riuscita. Pareva una missione impossibile. D’accordo che proprio Fela Kuti definì l’afrobeat la “moderna musica classica africana”, ma non ne faceva ovviamente una questione di stile quanto di rilevanza culturale. E per quanto mi ricordo epici e kitchissimi disastri ogni qual volta si è provato ad applicare gli strumenti della tradizione colta occidentale a qualsivoglia genere della black (e non è che con il rock sia andata granchè meglio). E invece…
E invece l’orchestrina diretta con gusto e sapienza dal batterista Marco Zanotti trova da subito, e non lo smarrisce mai, un equilibrio e una compenetrazione perfetti fra il barocco, niente di meno (lasciano specialmente stupefatti gli apporti di clavicembalo e viola da gamba) e l’implacabile groove della musica di Fela. E’ fusion o se preferite crossover nel senso altissimo del termine e, constatatolo, paiono quasi dovute le presenze benedicenti dell’erede forse più talentuoso del maestro nigeriano, Seun (alle prese con l’inno antimilitarista “Zombie”) e di Kologbo, funkissimo chitarrista di Africa 70.

Eddy Cilìa

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Rockit.it  1/8/2011

Mio padre ascoltava musica classica. Io no. Da bambino mi limitavo a maneggiare affascinato i suoi vinili, sempre puliti, perfetti, come nuovi. Ricordo ancora il primo 33 giri acquistato in un ipermercato, non avevo nemmeno dieci anni e infilavo nel carrello della spesa “Dirty Deeds Done Dirt Chips” degli AC/DC attratto dalla copertina. E da lì ho preso il vizio, con una crescente passione per la black music: prima Wu-Tang Clan e poi Parliament, Isaac Hayes, fino ad Africa 70, Sonny Okosun e Tony Allen . Sugli scaffali di casa, i vinili immacolati di mio padre lasciavano posto ai miei, sporchi, impolverati, sempre su e giù dai giradischi, vivi. Non abbiamo mai nemmeno parlato di musica, io e mio padre. A dire il vero non abbiamo mai parlato troppo neanche di tutto il resto. Ci pareva di essere su due mondi diversi. Forse a entrambi sfuggiva la definizione che Fela Kuti, The Black President, dava di quel suono così vicini a me e tanto lontani da lui: “Musica classica africana moderna“.

L’essenza della definizione, invece, non è sfuggita al percussionista romagnolo Marco Zanotti, che ha deciso di interpretarla alla lettera: un ensemble di 11 elementi, suona con una strumentazione da camera il repertorio dell’indimenticabile musicista africano, e rilegge la storia dell’afrobeat con violino, clavicembalo e compagnia bella. Il frutto di questa relazione morbosa è “Shrine On You”, una piccola meraviglia. L’alchimia che si genera fra il funk nigeriano e gli strumenti della Classica Orchestra Afrobeat è straordinaria, e si crea un’atmosfera elegante ma carica di energia, estro e creatività. In più, a fare da padrini al progetto e a istituzionalizzare la valenza del lavoro di Zanotti e soci, ci sono Seun Kuti, il talentuoso figlio di Fela, e Oghene Kologbo, già chitarrista negli Africa 70: il primo si cimenta con il leggendario inno antimilitarista “Zombie”, il secondo con “Mr Follow Follow” e “Water No Get Enemy”.

“Shrine On You” è una perla nata nella provincia di questa Italia che ogni tanto riesce ancora a sorprenderci con dei lavori belli, intelligenti e dal respiro internazionale. Io, nel mio piccolo, ne ho acquistate due copie: una per me e una per mio padre.

Enrico Piazza

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Articolo di Marco Riciputi uscito su “La voce di Romagna” di domenica 7 agosto 2011


  Strumenti Musicali – settembre 2011

Ecco un omaggio all’indimenticabile Fela Kuti, l’ambasciatore dell’afrobeat. Detta così la cosa rientra nella normalità, ma uno sguardo allo strumentario allestito dal batterista Marco Zanotti dona al tutto un sapore molto particolare: violino, mandolino, fisarmonica, fagotto, viola da gamba, oboe, clavicembalo. Il sottotitolo del CD è, peraltro, indicativo: Fela goes classical. In altre parole, l’idea di partenza è quella di combinare profumazioni classiche con il travolgente senso ritmico del musica del grande artista nigeriano. E a rendere ancora più credibile l’operazione ci pensano un paio di ospiti: Seun Kuti, figlio di Fela e Kologbo, storico chitarrista degli Africa 70. (R.V.)

 

  Il Venerdì di Repubblica – 26 agosto 2011

(CULT) La Classica Orchestra Afrobeat è un ensemble di undici elementi pensato e diretto dal batterista Marco Zanotti, da Ravenna. Fanno Afrobeat, con variazioni più classiche ma così riuscite da aver coinvolto anche i nativi afrobeat Seun Kuti e Kologbo. ***
Luca Valtorta – il Venerdì di Repubblica 26 agosto 2011

O.K. Oghene Kologbo recording Mr Follow Follow

Lunedì 29 febbraio, 2011.
Ieri sera Oghene Kologbo, lo storico chitarrista che accompagnò Fela sin dai suoi Africa 70, ha suonato in concerto al Bronson di Madonna dell’Albero (RA) insieme alla sua band afro-europea World Squad (Belgio, Togo, Italia e ovviamente Nigeria). Manco a dirlo, la serata si è protratta fino alle ore piccole… sul palco, nei camerini, nel parcheggio poi al bar, quindi in auto, nel piazzale dell’hotel, nella hall…  Una immagine che ricordo su tutte è quella dell’inarrestabile folletto mentre spalanca la sua valigia e sparge ogni ben di dio sul pavimento di fronte alla reception dell’albergo di via Romea, a due passi dalla Basilica di Sant’Apolinare in Classe: vestiti accartocciati, pedalini della chitarra, corde, sigarette sparse, fogli, una mela, Kologbo gesticola a suo modo e non smette un secondo di parlare, a voce alta nonostante l’ora tarda. Discute di qualsiasi cosa con chiunque gli capiti di fronte, oppure bofonchia tra sè e sè come se stesse parlando a qualcuno dentro di lui. Mi diverto ad osservare il personale del servizio notturno dell’Hotel in evidente difficoltà, come tentando di domare un toro impazzito scaraventato dentro la hall. Non mi stupisco che gli altri membri della band si premurino con cura di lasciare a lui la camera singola (!).

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Con due caffé trangugiati di corsa, io e Luchino recuperiamo il piccolo Kologbo proprio lì, nel parcheggio di fronte all’Hotel. Sono appena le 9.30 di mattina e lui ci sta aspettando già scattante con chissà quali faccende per la testa. Ci saluta con un abbraccio e accendendo una grossa sigaretta entra in auto. Nel tragitto per arrivare allo studio gli faccio ascoltare i premix dei brani, non solo Follow Follow ma anche altri, un po’ a caso: Water No Get Enemy, No Agreement, Shenshema. Nel turbine di parole che ci diciamo (è lunedì mattina… okay, la settimana è cominciata!) mi racconta che quando entrò a Kalakuta, la comune di Fela nei sobborghi di Lagos, era poco più che un ragazzino e per potervi restare faceva le pulizie o lavava i piatti. Funzionava così: ognuno doveva prestare il proprio contributo per mantenere l’enorme casa e le numerose decine di artisti, vagabondi, studenti e ospiti che lì vivevano. Nel frattempo studiava il basso e suonicchiava le percussioni, sebbene la sua mansione ufficiale ben presto divenne quella di “human tape recorder”, almeno fino a quando non entrò stabilmente nella band come tenor guitar. Cos’è lo human tape recorder? Beh, per quanto bizzarro possa sembrare, si trattava di memorizzare le melodie o le idee musicali del Chief Priest (aka Fela Anikulapo Kuti) ogni qual volta a lui venissero in mente, per poi ripeterle alla band l’indomani durante le prove pomeridiane. Fela aveva deciso di abbandonare la scrittura e le partiture dopo il diploma al Trinity College di Londra: la sua era musica africana al 100% e per questo doveva viaggiare in forma orale.

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Fatto sta che Kologbo conosce e si ricorda tuttora perfettamente ogni linea ritmica e melodica di ogni brano dell’immenso repertorio di Fela, praticamente una enciclopedia vivente dell’afrobeat! Tant’è che non tarda molto a trovare nel nostro arrangiamento una nota diversa da quella originale! E’ un sol che il nostro contrabbasso suona sull’ottava alta, mentre in Mr Follow Follow originale è sull’ottava bassa. Ci racconta che “allo Shrine la gente sapeva a memoria e cantava le singole parti di tutti gli strumenti, non solo i temi dei fiati ma anche la linea di basso, delle due chitarre, dell’organo… si creava una poliritmia naturale in tutto il locale, sopra e sotto al palco” Preoccupato per l’appunto gli chiedo: “ma il resto? come ti sembra?” “E’ PERFETTO!!! non ho mai sentito una trascrizione così fedele!” E giù di complimenti, al che mi tranquillizzo e comincio ad entrare nei dettagli della registrazione, anche perché nel frattempo ci siamo fermati per un altro caffé e ormai siamo in studio.

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La giornata è uggiosa, di quelle da chiudersi in casa sul divano ma noi lavoriamo sodo ugualmente e con piacere constato che Kologbo ha preso la cosa sul serio: gli scrivo su un foglio il testo preciso (quello no, non se lo ricorda a memoria) e se lo ripassa nella sala del caffè, tentando le difficili evoluzioni del canto di Fela: My brothers, make you no follow book-o / Look am and go your way. In regia Checco controlla la tonalità e in sala ripresa Duna prova un paio di microfoni più adatti alla voce gonfia e graffiante di O.K.. Gli regalo una bottiglia di whisky e gli faccio: “man, c’è qualcosa che vorresti dire, come introduzione al brano?” Non se lo fa ripetere e sul riff iniziale di violino e viola ruggisce: “This is to remind you that Afrobeat, from my Godfather Fela Anikulapo Kuti, will never diiiiie!!”

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Inutile dirlo, la registrazione è esaltante. Passiamo direttamente a Water no get enemy poiché Kologbo scalpita e non vede l’ora di sfoderare la sua tenor guitar. Qui mi emoziono di nuovo: in un batter d’occhio le due linee di chitarra della hit di Fela, proprio loro, sì sono proprio quelle, dal vivo sul nostro arrangiamento! Da qui in poi nulla era stato previsto ma è quello che speravo accadesse: un musicista (oh, mestiere incantato!) che viene felicemente vinto dalla sua arte e ad essa si concede incondizionatamente. Dopo le chitarre chiede se può fare qualcos’altro gia che c’é… ormai è carichissimo! Abbassiamo le  tonalità delle congas finché non arrivano al suono panciuto viscerale dei tamburi di Fela e pigiamo record un’altra volta. Voilà. Buona la prima, ovviamente e guai a chi edita qualcosa. Sulle percussioni Kologbo sembra posseduto, danza, ride, catalizza le energie e le spruzza tutt’attorno come una trottola.

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Finisce che quando il ciclone si placa e finalmente decidiamo di andare a mangiare qualcosa, l’orologio segna le 4 di pomeriggio e a Russi, un lunedì qualunque di febbraio, i ristoranti e le trattorie sono tutti chiusi. Ci fiondiamo nel chiosco dei nostri amici – piadina doc – dove, tra una birra e un altro cicchetto l’inarrestabile cinquatreenne di Lagos si lascia andare alle memorie di Kalakuta: i concerti allo Shrine, le abitudini del Black President, i militari e l’incendio. Osservo al di fuori del piccolo porticato che profuma intensamente di Romagna la pioggia che scende monotona sui tetti delle case.

 

 

Marco Zanotti

Nuovi podcast radio

Ecco qualche intervista/recensione su alcune radio nazionali, delle ultime settimane:

 

TP Africa – Popolare Network Roma – 13/7/11

Giulio Mario Rampelli e Maurizio Ribichini intervistano Marco Zanotti – podcast

 

Alza il Volume – Radio Rai 3 del 27/6/11

Valerio Corzani intervista Marco Zanotti – Podcast

 

Musical Box – Radio Rai 2 del 19/06/11

A cura di Lorenzo Lucidi. Conduce Raffaele Costantino – Podcast

 

Altri podcast (Afrodisia, Radio Altra Musica, LifeGate, SonikaWebRadio) li trovate QUI.

 

 

 

Alcune recensioni di SHRINE ON YOU

Alessandro Besselva Averame su IL MUCCHIO di luglio/agosto

I CLASSICI DELL’AFROBEAT

Fela Anikulapo Kuti considerava il suo afrobeat musica classica africana moderna: perché non prendere alla lettera l’aggettivo “classica”? La folle idea è venuta al batterista/percussionista romagnolo Marco Zanotti, che ha messo insieme un ensemble di undici elementi, di estrazione in parte classica e in parte jazz, per riarrangiare alcuni brani di Kuti, mantenendo le caratteristiche ritmiche quanto più possibile vicine ai modelli (batteria e percussioni assortite si suddividono i compiti) ma utilizzando una strumentazione per lo più da camera comprendente tra gli altri clavicembalo, violino, oboe e clarinetto. L’esito dell’azzardato esperimento è documentato da Shrine On You (Sidecar/Goodfellas), inciso lo scorso dicembre nel Teatro Comunale di Russi, provincia di Ravenna, ed è a dir poco entusiasmante: non solo l’energia pulsante degli originali non è stata dispersa, ma le sfumature barocche degli arrangiamenti generano una strana chimera, elegante e sinuosa come certe pagine di jazz etiope o di Moondog. Al disco, che immaginiamo non passerà inosservato perlomeno oltreconfine (prevista una data parigina con Tony Allen, per dire), partecipano Seun Kuti (voce in Zombie) e l’ex Africa 70 Kologbo (Mr Follow Follow e Water No Get Enemy), conferendo al progetto una ulteriore patente di credibilità. In allegato un dvd che racchiude un interessante documentario sulla realizzazione dell’album.

 

 Mauro Zanda su BLOW UP di luglio/agosto

E se d’improvviso, dalla provincia della provincia dell’impero, smentendo la conclamata subalternità culturale del belpaese, venisse fuori un autentico colpo di genio capace di ribaltare lo schema e generare invidia e interesse fuori confine? Benvenuti al cospetto della Classica Orchestra Afrobeat, meravigliosa creatura pensata e diretta dal batterista Marco Zanotti, 11-piece ensemble ravennate perfettamente in bilico tra forma barocca e groove afrobeat. Un azzardo, in fondo, meno spericolato di quanto possa apparire: fu lo stesso Fela a sentenziare che non si trattava d’altro che di “moderna musica classica africana”. Siamo convinti che oggi, il Black President, sarebbe orgoglioso di questo omaggio/interpretazione. A parziale riprova, l’entusiastica adesione di due figure a lui storicamente più vicine: il mitico Kologbo (il chitarrista che ne accompagnò le gesta sin dai tempi degli Africa 70) e il prodigioso figlio Seun: il primo chitarra e percussioni su Water No Get Enemy e soprattutto voce streetwise su Mr Follow Follow, il secondo alle prese con uno dei più noti cavalli di battaglia di Fela, la caustica parodia antimilitarista Zombie. Ma è l’Orchestra di casa a fare realmente la differenza: straordinaria perizia tecnica filologicamente rispettosa del principio originario. Fusione miracolosa che, per una volta, ha convogliato sguardi rapiti dentro il perimetro di casa nostra.  Voto 8

 

 Andrea Pomini su RUMORE di luglio/agosto

Non c’è dubbio, è il riff di No Agreement, solo che a suonarlo è un clavicembalo. Confusi? Fela goes classical recita il sottotitolo, e per quanto possa sembrare bizzarro un ensemble barocco che si mette a fare cover di Fela Kuti, l’azzardo funziona eccome. Otto brani scelti con cura e originalità dal repertorio del Presidente Nero (e la Tocata per B quadro di F.M.Bassano) vengono arrangiati per violino, fisarmonica, flauto, fagotto, ocarina, contrabbasso, viola da gamba, oboe, corno inglese, clarinetto e appunto clavicembalo, e interpretati con una carica degna degli Africa 70. In Mr Follow Follow canta Oghene Kologbo -già chitarrista di Fela- e in Zombie addirittura Seun Kuti, l’erede. L’effetto è notevole e il documentario allegato su dvd un piacevole complemento.  Voto 8

 

   Elio Bussolino su ROCKERILLA di luglio/agosto

Orchestra classica nel senso letterale del termine: undici solisti che imbracciano violino e viola, flauto e fagotto, oboe e clarinetto, clavicembalo e fisarmonica, sotto la direzione del percussionista Marco Zanotti. Forse la più improbabile trasfigurazione degli Africa 70, il rivoluzionario ensemble di Fela Anikulapo Kuti, per uno degli omaggi più originali mai tributati allo scomparso profeta nigeriano dell’afrobeat. Questo è “Shrine On You”, disco sorprendente e straniante al tempo stesso, uno scontro di musicalità così lontane e differenti da poter essere messo alla stregua di movimenti immani come quelli che spostano placche continentali, ma dagli effetti nient’affatto rovinosi e devastanti. E’ infatti un artificio che si realizza con stupefacente naturalità, quello che porta qui la musica di Fela Kuti ad incontrare quella di estrazione colta europea, un’osmosi tra melodie africane e timbriche cameristiche che, se da un lato fatica talora a trovare la giusta misura ritmica, dall’altro sa liberare l’estro improvvisatore dei musicisti come nella più felice tradizione jazz. Operazione manifestatamente ambiziosa, “Shrine On You” ha anche potuto avvalersi del contributo dell’erede naturale di Fela Kuti, il figlio Seun, e di Kologbo, chitarrista degli Africa 70 -loro le voci che si ascoltano in “Zombie” e “Mr Follow Follow” – e si presenta corredata di un dvd realizzato durante la sua registrazione.  Voto 8

San Giacomo protettore dell’Afrobeat

 

Domenica 26 giugno 2011, ore 19.

Nel giro di mezzora quella che Fela definiva la più infernale macchina ritmica dell’Africa Subsahariana si è impossessata di questo sontuoso feudo dimenticato dalla civiltà contemporanea, imponente castello del ‘600 chissà quante volte violato, già rifugio di briganti leggendari e teatro sornione di misteriosi incontri. I ragazzetti di Lagos sono arrivati poco fa: scattano foto, fumano rotoli d’erba e si riparano dal sole che tarda a nascondersi dietro l’argine del fiume Lamone.


Nel souncheck provano un brano solo ed è proprio Zombie. Nessuno di noi se l’aspettava, la stessa hit di Fela che suo figlio ha cantato nel nostro disco. Nel precedente tour l’unico brano del padre in repertorio era Everything Scatter e nei giorni scorsi mi chiedevo giusto quale altro avrebbe scelto Seun per il nuovo tour. Avrà optato per Zombie dopo averla registrata con noi a febbraio? Fatto sta che ci ritroviamo tutti a bocca spalancata presi in contropiede. Nel nostro repertorio Zombie è il quinto in scaletta, su sei brani in totale.

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Nella band di Lagos che ora sta scendendo rumorosamente dal palco c’è anche Baba Ani, al secolo Lekan Animashaun, classe 1940, il baritone sax che accompagnò Fela sin dagli esordi nel 1965, quando il sound non era ancora afrobeat ed il nome della band era Koola Lobitos. Delle colonne portanti del decennio d’oro uno dopo l’altro, per un motivo o per l’altro, abbandonarono Fela (il colpo più pesante fu la diserzione collettiva di Tony Allen, Kologbo ed altri membri della band dopo il concerto al Festival Jazz di Berlino, esibizione peraltro immortalata in un raro dvd). Baba Ani non solo fu il suo compagno più fedele, ma fu militante attivo nel Movement of the People, il partito politico con cui Fela tentò di candidarsi alle elezioni presidenziali in Nigeria nel 1979. Quando poi Tony Allen abbandonò la nave, fu lui a prenderne il comando, divenendo il direttore musicale della band, la quale nel frattempo cambiò nome per seguire le divagazioni esoteriche del Black President e passò a chiamarsi Egypt 80’s. Gli stessi che, sempre sotto la guida di Animashaun, non più sax baritono bensì tastierista, ora stanno risalendo sul pulmann diretti al ristorante.

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Il nostro soundcheck è in ritardo come previsto (…) ma i fonici sono tanti e lesti. Il sole ancora non cala anzi picchia più che mai giusto di fronte a noi e una corda del clavicembalo salta in men che non si dica. Sempre loro, i fonici tanti e lesti si ingegnano per tirar su delle improbabili tende a riparo dei nostri strumenti a corda. Qualche Abbonato Ravenna Festival già sta entrando nel parco, sono le 8 in punto… Proviamo proprio Zombie per ripassare l’arrangiamento strumentale con le sezioni di archi scritte da Checco Giampaoli. Quando la feci ascoltare a Seun in cuffia, nell’albergo in cui alloggiava insieme a tutti gli artisti del Festival Des Arts Negrés, a Dakar, gli archi non c’erano ancora e il mix era ancora molto rough, ma lui strabuzzò gli occhi ed immediatamente fece due commenti, uno sul groove (gli piaceva molto) e l’altro sul solo di Tim (“ma chi è questo clarinettista?”). Tra un pollo fritto e un gol dell’Arsenal in tv mi disse “Sure bro’, it will be fun to sing upon this!”.

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Suoniamo al volo anche un tema di Trouble Sleep Yanga Wake Am per provare i suoni di contrabbasso e ocarina. Il clavicembalo innesca qualche feedback nei monitor sul palco e nei subwoofer sotto, ma in qualche modo riusciamo ad avere un buon ascolto. Il tempo di provare la partitura per percussioni e orchestra all’interno di Observation Is No Crime (scritta da me, Cristiano e Anna) e risaliamo nei camerini per una birretta. Abbiamo a nostra disposizione nientemeno che la sala grande al secondo piano di Palazzo San Giacomo, è un po’ fatiscente ma tutta affrescata conserva un certo fascino antico ed è decisamente suggestiva, wow! Alle 21.30 si inizia.



Quando saliamo sul palco il parterre e gli spalti sono pieni di gente, l’atmosfera è quella del festival rock, tanti giovani ma soprattutto tante facce funk con voglia di ballare. Seun ancora non si è fatto vedere ma durante il nostro concerto, più o meno a metà, stanno tutti là dietro, in piedi a fumare e a guardare fisso sul palco. Valeria è salda sul riff di Zombie da almeno 5 minuti e le indico con uno sguardo la squadra di Lagos  alle sue spalle. Chissà se avevano già visto prima una viola da gamba ed un fagotto…

Mentre si esaurisce l’ultimo applauso del pubblico e io sto ancora togliendo le mie cose dal palco sento un applauso fuori dal coro che proviene dalle retrovie. Poi un altro. E un altro e un altro ancora… Gli Egypt 80 in fila indiana al lato della passerella che porta dal palco ai camerini stanno applaudendo uno ad uno i musicisti della Classica Orchestra Afrobeat mentre scendono. Sono sorridentissimi e molto eleganti, quasi composti, chissà una forma di riverenza verso gli strumenti cosiddetti “colti”?

Semplicemente emozionante.


Ora è il loro turno. Intravedo di sfuggita Seun, ci abbracciamo e poi parte la ritmica serrata ed elettrica degli Egypt 80. Il trombettista presenta la band e le coriste chiamano il leader che entra tra gli applausi dei quasi 2000 presenti. Tarderà poco a scoprire l’enorme tatuaggio sulla sua schiena che recita Fela Lives. Noi restiamo soli nel tendone a fianco al palco, adrenalina che scende ma nemmeno il tempo di riprendere conoscenza e spuntano pasticcini per tutti! In un angolo c’è una culla con Viola che dorme come un sasso, festeggiamo i suoi 20 giorni di vita, olè.

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Mentre ballo in mezzo alla pista un ragazzo mi batte alla spalla e mi dice: “io l’ho visto, Fela. Vent’anni fa a Perugia. Bravi.”


Quando infine rivedo Seun nel camerino è una festa. Mostra il nostro disco a tutti quanti, organizzatori, promoter, musicisti. Nella grafica di copertina (opera del fraterno militante e sublimo designer Matteo Zanotti) c’è un bollino con la scritta “featuring Seun Kuti & Kologbo” e lui ne va fiero. A dire il vero… saremmo noi, ad andarne fieri, comunque… Dopo il suo concerto brindiamo con un whisky a San Giacomo, santo appena consacrato protettore dell’Afrobeat e ci diamo appuntamento alla prossima occasione, chissà dove.


marco zanotti

(foto di Silvia Baraldi)

Weekend Afrobeat!!!!!!

Sarà un finesettimana molto caldo, non solo meteorologicamente:

Ravenna Festival dedica infatti una due giorni all’Africa con tre concerti sulla carta imperdibili, nella splendida cornice del cortile del seicentesco Palazzo San Giacomo, proprio ai piedi dell’argine del fiume Lamone, a pochi passi dal luogo dove il leggendario bandito romagnolo, il Passator Cortese, traghettava i passanti prima di darsi alla macchia.

 

Bene, si inizia sabato 25 con STAFF BENDA BILILI, la band di Kinshasha protagonista di una sorta di miracolo musicale in quanto si tratta di un gruppo di musicisti di strada paraplegici “scoperti” da una troupe di francesi durante alcune riprese nei caotici sobborghi della capitale congolese. Come nelle favole questi talentuosi musicanti di fortuna, senza mezzi e in condizioni sia fisiche che sociali tutt’altro che semplici, si ritrovano in un vero e proprio studio di registrazione e tra mille peripezie riescono a dare alla luce un disco che, oltre al valore aggiunto di questa romantica avventura, si lascia ascoltare con piacere e emozione per la miscela urbana di ritmiche funk e linee melodiche ereditate dalla enorme produzione musicale centrafricana degli ultimi 40 anni, vedi rumba congolese, soukuss, afrobeat.

 

Domenica 26, stesso prato stesso palco, sarà la volta di SEUN KUTI, il principe dell’Afrobeat, erede al trono del grande Fela Anikulapo Kuti del quale ha recuperato la storica band degli Egypt 80 (la seconda, quella che Fela riformò dopo l’ammutinamento dei decani Tony Allen & co a seguito degli anni più cruenti di scontri con polizia e militari nigeriani). Seun presenta il suo disco appena uscito per la Knitting Factory di New York “From Africa with fury: Rise!” e, inutile dirlo, c’è grande attesa per l’esplosivo sound della band di Lagos che ci farà di sicuro ballare dall’inizio alla fine.

 

Sempre domenica, in apertura di Seun Kuti & Egypt 80, ci siamo noi. Sarà un onore calcare un palco così carico di storia e di groove, in più sarà un piacere immenso poter finalmente dire al microfono “chi volesse comprare il nostro disco lo trova all’entrata” dato che con questo concerto stappiamo la bottiglia di spumante e presentiamo ufficialmente al pubblico “Shrine on You, Fela goes Classical”. Che poi è un cd + dvd e siccome non ci siamo fatti mancare nulla c’abbiamo pure due featuring di lusso: il primo è Kologbo (lo storico chitarrista di Fela), il secondo è, guarda caso, proprio Seun Kuti.

 

La scaletta di domenica della Classica Orchestra Afrobeat sarà questa:

1. No Agreement

2. Mr Follow Follow

3. Trouble Sleep Yanga Wake Am

4. Tocata per B Quadro / Observation Is No Crime

5. Zombie

6. Water No Get Enemy

 

Vi aspettiamo!

 

 

Lunedì 27 ad “Alza il Volume” su Radio Rai 3, ore 14.30, Valerio Corzani dedicherà la puntata all’Afrobeat, in particolare a Seun Kuti (che lunedì 27 suonerà a Villa Ada a Roma) e alla Classica Orchestra Afrobeat con una intervista in diretta a Marco Zanotti.

 

 

 

MZ

Opening show for SEUN KUTI

Domenica 26 giugno la Classica Orchestra Afrobeat aprirà il concerto di Seun nella splendida cornice di Palazzo San Giacomo a Russi, all’interno del cartellone di Ravenna Festival.

Il rinomato festival di musica classica dedica quest’anno due serate all’Africa Nera con STAFF BENDA BILILI (Congo) sabato 25/6 ed il doppio concerto di CLASSICA ORCHESTRA AFROBEAT e SEUN KUTI & EGYPT 80 domenica 26/6

Per vedere il cartellone completo di Ravenna Festival cliccate QUI